Diario di viaggio: Marrakech Express

Diario di viaggio: Marrakech Express

Quella che vi sto per raccontare è la storia di un viaggio. Ma la penna non è mossa dalla fantasia ma dalle sensazioni raccolte su un diario di viaggio. Mentre riordinavo gli appunti sparsi di queste note vagabonde, nella mente mi tornavano i “sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Ed in effetti questa storia, che non si svolge sul palco di un teatro ma nel teatro della vita, narra di “otto personaggi che han trovato l’autore”.

Ma l’autore di questa avventura non sono io, semplice narratore, ma il “caso”: quel fato che incrocia i destini ed ha fatto incontrare otto persone fra loro sconosciute: due marocchini, una tunisina, un livornese, un romano-de-roma, una edimburghese oriunda romana, una bresciana ed infine io semplice scribacchino bisentino.
Questa è la storia di un viaggio, iniziato tra le stradine di Marrakech per poi finire tra le dune del Sahara. Ma prima di attraversare i monti dell’Atlante, visitare Kasba cariche di fascino, conoscere storie di Pascià ed arrivare sulle sabbia del deserto;  prima di addentrarci tra i colori ed i profumi dei Souk è bene che vi racconti com’è nato questo viaggio.

Innanzitutto è opportuna una distinzione, che talvolta sfugge, tra “vacanze” e “viaggi”.

Le vacanze prevedono destinazioni già programmate dove tutto, o quasi, è già definito.

Il viaggio, invece, lascia molto di indefinito; da spazio all’imprevisto perché è proprio lì che s’annida il senso e l’essenza di un’avventura che è principalmente interiore. I viaggi iniziano prima di partire e non terminano col ritorno a casa. Continuano a muoversi dentro. E per lasciar modo agli imprevisti di venirci incontro, in qualsiasi angolo del mondo ci si trovi, bisogna seguire la regola di Charles Baudelaire, quella dei veri viaggiatori che “… partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”

Io sono un viaggiatore e amo i viaggi in solitaria. Viaggiare soli ti permette quella libertà assoluta di decidere, sul momento, se inseguire una nuvola o restare fermo a guardarla. E dentro la forma imprecisa delle nuvole a volte trovi quel pensiero da cui fuggi. In viaggio non mancano momenti di malinconia ma proprio lì, in quei confini dell’anima, si impara a conoscere le proprie fragilità, a viverle diversamente; non più nasconderle, per paura, ma farle compagne nel viaggio della Vita.

Ero all’aeroporto di Malpensa, di ritorno dal mio viaggio in solitaria a Cuba. Mentre attendevo di recuperare i bagagli, con l’I-Phone mi metto a navigare su internet. Scorrendo Facebook mi imbatto in “MenteNomade”: un blogger che segue da un po’ di tempo e fa viaggi in solitaria molto più azzardati dei miei. Tra le sue prossime tappe c’è l’Alaska. Da solo, a piedi, in mezzo alle nevi del circolo polare artico. Sfogliando il blog vedo un suo annuncio, diverso dai suoi viaggi in solitaria: sta organizzando un viaggio in Marocco, in bici, insieme ad un gruppo non ancora definito di persone. Le adesioni sono aperte. Ho sempre pensato che lo stesso sperduto angolo di mondo, attraversato in macchina, in moto, in bici o a piedi, ha profumi e sapori completamente diversi. Non amo la bici però quella mi sembra un’occasione irripetibile. Così, senza troppo pensarci, lo contatto in privato su messanger.

E così io, amante dei viaggi in solitaria e refrattario a quelli organizzati, coerente con la mia incoerenza, decido di unirmi.
Manca poco più di un mese alla partenza e, consapevole dei miei limiti atletici, mi iscrivo in palestra: l’ultima volta che sono salito su una bicicletta avevo dieci anni. Rispetto con un rigore che mi sorprende il programma di cyclette che l’istruttore mi consegna. Inizio con 40 km per poi salire fino a 60. Sicuramente la mia costanza trova ragione nel timore di non farcela. E forse questo è stato il motivo inconscio per cui ho scelto di fare questo viaggio: una sfida con me stesso.
II

Dopo un mese di preparazione arriva il momento della partenza.

Arrivo all’aeroporto di Ciampino alla 5 di una fredda mattina di fine gennaio. Il blogger Edoardo “MenteNomade” è fuori l’ingresso dell’aeroporto e, anche se ci conosciamo solo tramite Facebook, ci riconosciamo subito:

“Benvenuto Roberto – mi dice mentre mi viene incontro – ti presento Giuseppe: è l’ideatore del viaggio e sarà la vostra guida”

Giuseppe è un ragazzo sui trentacinque anni con fisico atletico. Insieme a lui, oltre a Edoardo, ci sono un ragazzo e una ragazza che mi vengono subito presentati: “lui è Nadir e lei Valentina”.

Nadir è un amico di Edoardo: un giovane romano, magro e con una folta barba; Valentina è una ragazza mora di Brescia.

“Purtroppo io non potrò essere con voi – mi informa Edoardo con tono sinceramente dispiaciuto – Fino alla fine ho sperato di poter venire ma mio figlio ha un principio di broncopolmonite e la febbre quasi a 40. Non me la sento di partire! Ci tenevo, però, ad esserci alla partenza e ci sarò al vostro ritorno. Mi spiace veramente tanto…”

Quindi Edoardo, che era l’unico elemento di congiunzione tra noi tutti, non ci sarà. Infatti scopro che non solo io non conosco nessuno degli altri componenti il gruppo ma neanche tra loro si conoscono.

Nel frattempo arriva Giorgia, capelli biondi e occhi chiari: lei è di Roma ma si è trasferita ad Edimburgo dove lavora come cameriera. Dopo un veloce giro di presentazione ed una fugace colazione ci imbarchiamo.
Quando atterriamo a Marrakech il clima è decisamente più caldo di quello lasciato a Roma 4 ore prima. Sono da poco passate le 11, un sole caldo risplende fuori l’aeroporto dove troviamo ad attenderci le nostre due guide: Nourdinne, un ragazzone arabo dalla pelle scura, e Selma, una ragazza tunisina con il capo avvolto in un velo color sabbia che le copre i capelli, esaltando due bellissimi occhi neri.

“Benvenuti in Marocco – ci dice Selma con tono dolce ed un italiano perfetto – ora andiamo in albergo e dopo aver sistemato le valigie faremo un giro per la Medina”

“Cos’è la Medina?” chiede Nadir, che, nonostante il nome, è italiano al cento per cento.

“la Medina è il quartiere antico delle città del Nord Africa” ci spiega Selma mentre, seguendo Nourdinne, raggiungiamo le jeep. E qui ad attenderci troviamo l’ultimo personaggio di questo viaggio: Abdherim, il socio di Nourdinne, anche lui un giovane arabo dal fisico possente. Loro due hanno un’agenzia di viaggi a Marrakech e si sono occupati di tutta la logistica per le biciclette. Saliamo a bordo delle jeep e partiamo verso l’albergo che raggiungiamo dopo una trentina di minuti. Quando entro nella hall mi colpisce la ricchezza degli ornamenti. L’hotel è molto elegante e davanti al bancone della reception, di pregiato legno scuro, scende dal soffitto, attraversando sette piani, un gigantesco lampadario con un’infinità di cristalli che luccicano.

Prendiamo possesso delle camere e dopo aver sistemato i bagagli, come da appuntamento, dopo un’ora siamo pronti per iniziare il giro nella Medina.

Ci addentriamo per le stradine del Souk con l’espressione di meraviglia dei turisti. Attraversiamo questo immenso bazar che è un’esplosione di colori, stracolmo di articoli di ogni genere: scarpe, borse, preziosi, spezie, vestiti, souvenir, quadri ed ogni altro prodotto immaginabile. Dopo due ore tra stradine e negozi Selma ci propone: “se volete possiamo andare a mangiare su quella terrazza?”

La proposta trova subito l’accordo di tutti. Raggiungiamo il ristorante e ci sediamo su un ampio balcone, pieno di tavoli apparecchiati, che domina tutta la “città rossa” di Marrakech.

Mentre stiamo mangiando dal terrazzo affianco, che dev’essere di un’abitazione privata, esce un signore con la barba bianca. Porta in mano un piccolo secchio di plastica azzurro. Si piega sulle ginocchia ed in quella posizione accovacciata inizia ad immergere le mani nel secchio. Selma, a cui non sfugge il nostro sguardo incuriosito, ci spiega:

“Sta per fare la preghiera del primo pomeriggio. Noi mussulmani facciamo cinque preghiere al giorno: alba, mezzogiorno, primo pomeriggio, tramonto e sera. Prima però bisogna fare le obluzioni ossia lavarsi”.

Mentre quel signore continua i preparativi della preghiera, Selma ci fa in diretta la telecronaca:

“come vedete si bagna le mani nel secchio e le passa sul corpo. Prima la bocca, poi il naso, il viso e a seguire avambraccio e gomito. Poi si passa ai piedi e alle caviglie. Prima a destra e poi a sinistra. Per tre volte, tranne i capelli e le orecchie una sola volta”

“Fanno tutto questo ogni volta che pregano?” chiede Nadir con stupore

“Ogni volta e per cinque volte al giorno, per tutti i giorni della vita” risponde Selma con una mitezza che fa intendere che quelle preghiere sono frutto non di una costrizione ma di una serena scelta. Nel frattempo l’anziano signore si è alzato, ha preso un pezzo di cartone che era appoggiato al muro e lo mette a terra, poi ci si inginocchia:

“il cartone è indirizzato verso la mecca – aggiunge Selma – ed ora farà le sue preghiere.”

“E quanto durano?” chiede Nadir

“5-10 minuti. Non c’è un tempo prestabilito. Quello che uno si sente” gli risponde Selma.
III

Il mattino dopo, alle 8, ci ritroviamo tutti nella hall dell’albergo. Giuseppe, il capo spedizione, prende la parola: “Allora ragazzi stamattina visiteremo un Riadh e poi partiremo per la prima tappa che ci condurrà al deserto: ci attende tanta strada.”

“Quando è previsto l’arrivo nel deserto?” chiedo.

“Vedo che hai letto attentamente il programma” interviene Valentina con un sorriso.

“L’ho letto… ma non sapevo che dovevo impararlo a memoria” ribatto scherzando.

“Arriveremo alle porte del deserto fra tre giorni – dice Giuseppe – Dobbiamo scavalcare le montagne dell’Atlante e fare molta strada, e parte di questa sarà fatta in bici. Anzi, visto che Roberto ha letto distrattamente il programma, faccio un breve riassunto del viaggio che faremo. La mattina appuntamento alle 8 per la colazione. La prima parte della giornata sarà dedicata alle visite culturali e ai trasferimenti tecnici in jeep. Verso l’una faremo un pranzo leggero e subito dopo saliremo in sella e pedaleremo fino all’albergo o la capanna che ci ospiterà”

“Come capanna?!” chiede Nadir con una punta di preoccupazione

“Capanna! – ribatte Giuseppe – Non avremo ogni sera alberghi lussuosi come questo. In questo viaggio conoscerete il lusso ed il comfort di eleganti alberghi ma anche l’ospitalità delle case di terra e delle tende nel deserto… che comunque sono anch’esse piene di comfort, per l’anima”

“Che poeta!” dice Selma scherzosamente.

“Ammetto che quest’ultima frase non è farina del mio sacco – aggiunge Giuseppe – comunque fine della poesia: ora andiamo a visitare il Riadh Bahia. Possiamo andare a piedi perché non è distante: giusto Selma?”

“Si. Ci vorranno dieci minuti. Intanto vi racconto un po’ dei Riadh. Sono delle abitazioni marocchine lussuose. Quella che andremo a visitare apparteneva al Gran Visir Ba Amed Ben Moussa”

“Cos’è un Grand Visir?” chiede incuriosito Nadir

“Era tipo il vostro Primo Ministro” risponde Selma

“Ah, un Berlusconi marocchino” ribatte Nadir.

“Ti sei perso qualche puntata – lo correggo – oggi c’è Renzi”

“Comunque – riprende Selma – la residenza fu fatta costruire dal Gran Visir alla fine del 1800 per le quattro mogli e le ventiquattro concubine…”

“Visto che c’avevo azzeccato! Somiglia a Berlusconi!” dice Nadir compiaciuto.

Selma riprende la spiegazione:

“Come vedremo il palazzo ha al suo interno una sequenza di appartamenti lussuosi, ordinati attorno a cortili interni: un susseguirsi di giardini, fontane e sale adornate da bellissimi soffitti dipinti, preziosi fregi in stucco e intarsi lignei”

Resto sempre più meravigliato dalla padronanza di linguaggio di questa giovane guida tunisina e non riesco a trattenermi dal chiederle:

“scusa Selma ma dove hai imparato l’italiano? L’hai studiato a scuola?”

“Non l’ho studiato a scuola. Mi piaceva conoscere la vostra lingua, anche per il lavoro che faccio, e l’ho imparato da sola. Un paio di volte a settimana mi leggo <<Il Corriere della Sera>>. Infatti non lo parlo bene.”

“Ti posso assicurare che lo parli meglio di tanti italiani. Comunque quando leggi il Corriere evita le interviste dei politici che altrimenti disimpari l’italiano”
Arrivati al Riadh ci addentriamo nei lunghi corridoi bianchi, che conducono a stanze e cortili interni, mentre Selma ci spiega:

“Il nome di questo Riadh è <<Bahia>> ossia quello della moglie <<preferita>> ossia la prima moglie. Come vi ho detto Ba Amed aveva altre 3 mogli e 24 concubine. La prima moglie, che da il nome al Riadh, si occupava della gestione del palazzo. Lei aveva l’appartamento più lussuoso, ma anche quello delle altre mogli era elegantemente arredato. Le concubine, invece, avevano una grande stanza tutta loro. Nell’appartamento della <<preferita>> poteva accedere solo il marito. Ma di questo vi dirò dopo, quando saremo lì, ora ci troviamo nell’ufficio del Gran Visir”

L’ufficio, una grande stanza rettangolare piena di mosaici, si affaccia su un giardino interno che ha sui tre lati delle grandi sale che:“erano le stanze di attesa in cui, ogni giorno, attendevano le centinaia di persone che avevano chiesto udienza” precisa la nostra efficientissima guida.

“Scusa Selma ma quella stella ha un preciso significato!?” chiedo mentre le indico un grande mosaico sul soffitto.

“E’ la Stella Ottogonale. In effetti la vedrai molto spesso nei paesi mussulmani. Anche nell’albergo ce n’era una disegnata sul pavimento della hall. Sul significato ci sono diverse storie. Di certo è simbolo di forza. Secondo la tradizione rappresentano gli 8 angeli che portavano in spalla il trono con Allah e non erano mai stanchi, per questo come ti dicevo è simbolo di forza. E visto che sei un attento osservatore voglio richiamare la vostra attenzione su questa scritta” e ci indica un travertino bianco. A prima vista sembra il ripetersi di disegni geometrici ma Selma ci fa notare che si tratta di una scritta in arabo:

“sono incitazioni sul TEMPO e la SALUTE ossia sulle due cose che non si possono comprare col denaro e di cui spesso dimentichiamo il valore se non quando la vita, con eventi drammatici, ce ne ricorda l’importanza. E sono qui, in un’abitazione di persone ricche, per ricordare che quel che conta veramente nella vita non si può comprare con il denaro”

Lasciato l’ufficio del Gran Visir, dopo aver attraversato una serie di corridoi senza finestre che si sondano come in un labirinto, raggiungiamo l’appartamento della prima moglie:

“Eccoci arrivati nell’appartamento della <<Preferita>>. Questa dove ci troviamo è la sala da pranzo”

La stanza è ampia con i mosaici alle pareti. Il pavimento è tutto in marmo bianco “proveniente dalla vostra Carrara – specifica Selma – e come avrete notato i corridoi che abbiamo percorso non hanno finestre, la ragione è semplice: per mantenere il palazzo fresco di giorno e caldo di notte. Qui in Marocco abbiamo una grande escursione termica: le temperature cambiano molto tra il giorno e la notte.”

Entriamo in una grande sala.  Al centro c’è una fontana tonda e ad un lato un piccolo soppalco in legno:

“il marito ogni giorno, a pranzo, si recava in questa stanza per pranzare e parlare con la Preferita. Il suo arrivo era preceduto da sei musicisti, posizionati su quel soppalco in legno, che suonavano durante il convivio. I musicisti erano tutti ciechi. Così come i  servitori del Riadh erano eunuchi. Nel Riadh, oltre ai servitori personali della Preferita, ce n’erano altri 27: 3 per le mogli e 24 per le concubine: un servitore personale per ciascuna.”
Al termine della visita troviamo, fuori dal Riadh, Nourdinne e Abdherim già pronti alla guida, con i bagagli sistemati nel retro e le bici sopra al tetto. Si parte verso le montagne di Atlanta.
Dopo 3 ore di jeep su tortuose strade di montagna e un’interessante sosta in una cooperativa femminile che produce il prezioso olio di Argan, dove abbiamo potuto vedere dal vivo tutte le fasi di lavorazione di questo famoso e costoso olio, che si ricava da una pianta che si trova solo nel sud del Marocco, e pare avere eccellenti proprietà nutritive, cosmetiche e medicamentose, alle prime ore del pomeriggio approdiamo in una spianata di rocce e terra alle pendici dell’alta catena montuosa che divide il Marocco.

“Adesso facciamo un pranzo leggero e si parte in bici” ci dice Giuseppe mentre Nourdinne posa un grande tappeto e dei cuscini all’ombra di un albero. Nel frattempo Abdherim scende le bici dal tetto della jeep e Selma ci prepara il pranzo.

“Accomodatevi – ci dice Selma – che vi porto da mangiare”

E dopo un pranzo leggero e nutriente iniziamo la nostra pedalata.

Alternando strade sterrate e asfalto incontriamo, lungo il tragitto, un paio di piccoli villaggi. Al nostro passaggio i bambini manifestano una gioia incontenibile: con le nostre mountain-bike e gli abiti da ciclisti dobbiamo sembrargli dei marziani. La sera Nourdinne conferma la mia impressione e, con il suo incerto italiano, mi dice che in quei villaggi “non tiene internet o tv e vostro passare con abiti strani è per loro strano!”

Per quei bambini in effetti siamo qualcosa di insolito ma non minaccioso. Infatti facevano a gara per venirci incontro. Ci salutavano pieni di entusiasmo e i più arditi allungavano le manine per avere un breve contatto. Ma la storia più bella, quella che mai dimenticherò e che racchiude in un’immagine tutta la bellezza di questo viaggio, è accaduta qualche giorno dopo con un “bonbon”.

Ma di questo racconterò più tardi.
IV

Il mattino seguente sveglia alle 8, colazione e partenza con le jeep. Dopo due ore arriviamo a destinazione: Talouat.

“Ora andremo a visitare una delle Kasbah più antiche del Marocco. Le Kasbah sono antichi villaggi fortificati con 4 torri – ci spiega Selma – al centro c’è il Palazzo del Pascià e tutt’intorno le abitazioni del popolo. Due o più Kasbah formano uno Ksar ossia un villaggio più grande. Più tardi visiteremo quello più famoso: lo Ksar di Ait-ben-haddou dove sono stati girati molti film famosi: <<Il Thè nel deserto>> di Bertolucci, <<Il Gladiatore>> con Russel Crowe e tanti altri. Ma questo lo vedremo dopo. Ora visitiamo questa Kasbah che è una delle più antiche.”

Ci addentriamo per le stradine di terra di questo antico villaggio abbandonato mentre Selma ci racconta che “la Kasbah di Talouat apparteneva alla famiglia dei Pascià Galaoui che lungo questa strada fece costruire 1001 Kasba. Tenete conto che questa è l’unica via che porta al deserto del Sahara. Questa è la ragione per cui i Pascià Galaoui fecero edificare, lungo la strada, tante Kasba: per controllare il passaggio delle carovane e riscuotere il pedaggio. Questa famiglia divenne talmente ricca che la leggenda vuole fosse più ricca persino del Re del Marocco.”

Ci arrampichiamo lungo strette stradine di sabbia e pietra con ai lati antiche case di terra. Arriviamo fino alla sommità ed entriamo nel palazzo del Pascià, disabitato da anni. Le stanze sono spoglie di arredi ma i mosaici alle pareti e le porte di legno, finemente intarsiate, mostrano i fasti di un ricco passato.

Dopo un’ora di visita risaliamo sulle jeep per raggiungere lo Ksar di Ait-ben-haddou. Quando da lontano intravedo questa fortezza di case rosse, con le sue torri angolari sopra la sommità di una collina, l’immagine ha qualcosa di familiare.

“Questa città l’avrete certamente vista: l’elenco dei film che ci sono stati girati è veramente lungo. Oltre a <<Il Thè nel deserto>> e <<Il Gladiatore>>, altri film sono <<Indiana Jones>>, <<Il gioiello del Nilo>>, <<Ali Babà e i quaranta ladroni>>…”

“Sei sicura Selma?” chiede Nadir

“Di cosa?”

“Che <<Ali Babà e i quaranta ladroni>> l’hanno girato qui?”

“Certo. Alcune scene sono state girate qui” risponde con sicurezza Selma e Nadir subito aggiunge, sorridendo:

“Ah. Perché mi sa che altre scene sono state girate a Roma, a Montecitorio”

“Non lo so” risponde Selma perplessa, non capendo la battuta.

“Lascia perdere – taglia corto Giuseppe – Nadir vuole fare il simpatico. Ragazzi è ora di andare! Oggi la pedalata sarà più lunga.”

“Lunga quanto?” chiedo

“Nourdinne quanto impiegheremo?” chiede Giuseppe.

“Arrivare con primo buio sera!” ci risponde.

“Come informazione non è proprio precisissima” ribatto con un sorriso.

“Siamo in Marocco! – mi risponde Giuseppe – e poi forse non hai notato questa insegna” e mi indica un dipinto all’esterno dello Ksar, sul muro di cinta. Mi avvicino e vedo un murales dai colori vivi in cui sono disegnate delle dune, alcune palme e dei cammelli con sopra dei beduini. Sotto c’è una scritta araba con una freccia, e sotto la freccia un “53” seguita da un’altra scritta in arabo.

Selma ci spiega che quello non è un semplice dipinto bensì un vero e proprio cartello stradale e passando il dito sulle scritte arabe, come si fa per portare il segno su un libro, traduce: “Sopra la freccia c’è scritto che per Tombouctou, che è la porta del Sahara, occorrono 53 giorni di cammello”

“Bello! – esclamo – un’indicazione stradale non in chilometri ma in giorni di viaggio. Ora capisco la risposta di Nourdinne alla mia domanda su quanti chilometri dobbiamo fare?”

“Infatti – aggiunge Selma – ti ha detto che arriveremo col primo buio della sera”

“E allora forza e coraggio – dice con tono di incitazione Giuseppe – salite in bici e preparatevi a mangiar la polvere: oggi vedremo poco asfalto, il percorso sarà quasi tutto sterrato.”
Dopo tre ore di pedalate tra strade di sabbia, in mezzo a radure desertiche e desolate, raggiungiamo la strada asfaltata. Il paesaggio è veramente incantevole ed a tratti ricorda quello dei canyon americani: infinite distese pianeggianti e piccole montagne rosse all’orizzonte. Io e Giuseppe siamo davanti mentre, a breve distanza, ci seguono Valentina e Nadir. Giorgia, invece, la notte prima è stata poco bene ed è sulla jeep con Abdherim che segue il gruppo. L’altra jeep invece, con Selma e Nourdinne, ci precede ed è in contatto radio con Giuseppe.

“Ma come ti è venuta l’idea di questi tour in bici?” chiedo curioso a Giuseppe mentre pedaliamo su un lunghissimo rettilineo.

“Una scommessa con me stesso – mi risponde e subito precisa – dopo la laurea e qualche anno di gavetta avevo finalmente un posto di lavoro sicuro con un buon stipendio. Ho sempre avuto la passione della natura e soffrivo a stare intere ore in ufficio. Durante le mie passeggiate del fine settimana notai dei mega camper americani, super organizzati, che facevano tour in bici tra le bellezze della mia Toscana. Mi incuriosii di quel mondo e scoprii che dietro c’erano delle agenzie americane che offrivano questi pacchetti di viaggio in bici in Italia. E pensai tra me e me: possibile che gli americani fanno in Italia quello che noi italiani potremmo fare meglio. E’ cosi decisi di mettere in pratica l’insegnamento di Steve Jobs: siate folli perché solo coloro che sono abbastanza folli da poter pensare di cambiare il mondo, lo cambiano davvero; e siccome io non volevo cambiare tutto il mondo ma solo quello attorno a me feci la mia scelta folle: lascia il posto sicuro e mi inventai il mio Tour Operator di viaggi avventura.

“Coraggioso!” gli dico

“Il coraggio di chi è razionalmente folle – ribatte Giuseppe – comunque i primi anni sono stati veramente duri poi, pian piano, ci siamo fatti conoscere ed oggi realizziamo viaggi in cinque regioni italiane e tre all’estero, con una formula ormai sperimentata in cui c’è cultura, sport e natura”

“tra le regioni italiane ti manca l’Abruzzo!?”

“l’Italia è tutta bella e l’Abruzzo è una parte di quell’Italia che mi manca anche se devo dirti che non conosco la tua regione”

“Ora che ci conosciamo hai la scusa per visitarla – gli dico – e sono certo che l’Abruzzo ti affascinerà. Intanto ha una particolarità unica: in trenta minuti sei dal mare alla montagna” e mentre gli racconto della mia terra, continuando a pedalare stacco una mano dal manubrio e prendo il telefonino dal taschino. Vado sulla mia pagina facebook alla ricerca di uno dei miei ultimi post. Passo il telefonino a Giuseppe e, continuando a pedalare, gli dico:

“guarda il post. E’ di due settimane fa. Era domenica. Mi sono svegliato presto, io vivo sul mare, e mentre prendevo un caffè dal terrazzo di casa ho scattato questa foto. Erano circa le 8. Poi ho caricato gli sci in macchina e sono andato in montagna. Guarda quest’altra foto: sono le 8.45 ed ero già sulle piste da sci”

Giuseppe guarda le due foto: una col sole che si alza sopra un mare azzurro e l’altra, con lo stesso sole, che splende sopra montagne di neve.

“Le foto sono veramente belle! Dov’è questo posto?”

“Il mare è Roseto mentre la montagna è Prati di Tivo sul Gran Sasso D’Italia: la più alta dell’Appennino. Ma in Abruzzo, oltre alla natura, è passata anche la Storia, quella con la S maiuscola. Mentre Mussolini veniva liberato dai tedeschi a Campo Imperatore, il re fuggiva da Ortona. Ma questa non è l’unica occasione, poco conosciuta, in cui la Storia è passata in Abruzzo. Devi sapere che quando fu proclamata l’unità d’Italia in verità da noi, a Civitella del Tronto, l’esercito borbonico ancora resisteva contro l’attacco piemontese”

“Ma dai? Veramente!?” chiede incuriosito Giuseppe.

“Proprio così. La Storia dell’Unità d’Italia non è proprio come la raccontano. Ma si sa che la storia la scrivono i vincitori”

“Cosa intendi?”

“Il discorso sarebbe interessante ma sopra una bici con 30 gradi non mi sembra il momento migliore per disquisire di storia – gli dico con  un sorriso – Comunque su facebook c’è il gruppo <<Comitati due sicilie>> che da una lettura diversa, ed a mio avviso più vera, della storia d’Italia. La storia racconta da un altro punto di vista: non quello dei vincitori ma di chi ha perso”

“Accennamela” mi dice Giuseppe, incuriosito.

“Brevemente però. Innanzitutto partiamo da alcuni dati storici verificabili. A metà del 1800 i Savoia erano sull’orlo della bancarotta: avevano più debiti che soldati. I Borboni, invece, erano molto ricchi. Allora l’Italia esisteva solo nella mente di qualche intellettuale liberale ma non nella realtà: tra uno di Cosenza e uno di Milano esistevano le stesse affinità culturali che esistono tra uno marocchino ed un eschimese. Quindi, semplificando molto, a Nord c’era il Regno Sabaudo sotto i Savoia e a Sud il Regno delle Due Sicilie sotto i Borboni. Sulla difficile condizione geopolitica e la precaria situazione economica del Nord non mi soffermo altrimenti devi chiamare Nourdinne e farmi portare le bombole d’ossigeno per avere fiato a sufficienza. Comunque all’epoca il sud era certamente più progredito del nord. Basti pensare che il primo tratto ferroviario fu inaugurato a Napoli nel 1839. Ed anche il federalismo, oggi sbandierato dalla Lega Nord, i Borboni lo attuarono agli inizi del 1800 con una riorganizzazione delle amministrazioni locali. In poche parole il sud dei Borboni era ricco mentre il nord  dei Savoia era sull’orlo della bancarotta.”

“E quindi, secondo questa ricostruzione storica l’Italia fu fatta non per unire un popolo ma per i soldi!” chiosa Giuseppe.

“In sintesi è così. L’Unione d’Italia è stata un’abile operazione economica di Cavour. Sui libri invece viene raccontata come una sorta di liberazione ma in effetti il popolo del sud non aveva chiesto a nessuno di essere liberato. E poi: liberato da chi? Al massimo è stata un cambio di regime. Prima i Borboni e dopo i Savoia. E a conti fatti con i Borboni stavano meno peggio. Infatti i Savoia, oltre a depredare le ricchezze del sud, aumentarono tasse e gabelle ad un popolo che già stava alla fame”

“Vista così in effetti sembra più un’occupazione che una liberazione” aggiunge Giuseppe

“E infatti anche la storia del brigantaggio non è esattamente quella raccontata dai libri. I briganti non erano banditi contro i liberatori ma erano forze di resistenza contro gli invasori. Ma qui il discorso si fa complicato…”

“Comunque una cosa è certamente vera: già oggi tra un veneto ed un siciliano ci sono delle enormi differenze culturali, immagino centosessanta anni fa”

“E infatti l’unità d’Italia, più di Garibaldi l’ha fatta Mike Bongiorno!!

“Come Mike Bongiorno?” esclama Giuseppe

“Mike Bongiorno o meglio la televisione. Prima della televisione uno di Aosta ed uno di Catanzaro non si capivano nemmeno con l’interprete. Ognuno parlava il proprio dialetto. La televisione ha uniformato la lingua… e purtroppo anche le coscienze”

“E qui andiamo sul filosofico…” dice Giuspeppe

“E non mi sembra il caso. Comunque tutto questo piacevole discorso è partito dalla mia terra perciò prima di avere bisogno delle bombole di ossigeno con il poco fiato rimasto  ti rinnovo l’invito a visitare le bellezze dell’Abruzzo e sono certo che te ne innamorerai e realizzerai un bel tour in bici tra natura e cultura”

“Prometto che a breve verrò a trovarti e se è interessante come i tuoi racconti sarà uno dei prossimi tour”

Il sole sta lentamente scendendo quando la jeep guidata da Abdherim ci sorpassa e appollaiati sul tettino, dove vengono sistemate le bici durante i trasferimenti tecnici, ci sono Nadir e Valentina.

“pedalare, pedalare” incita, scherzosamente Nadir.

“Avete gettato la spugna?” ribatto io.

“No è che volevamo prendere delle foto da qui” risponde Valentina mentre con la sua Canon inizia a scattare.

“Siamo rimasti solo io e te a mantener alta la bandiera del ciclismo italiano – dico scherzando a Giuseppe – ma quanto manca? Nourdinne ha detto che saremmo arrivati prima del buio e il sole sta tramontando”

Giuseppe chiama Nourdinne via radio.

“Nourdinne dice che mancano una quindicina di chilometri”

Rassicurato dalla distanza non eccessiva, pedalo con maggiore convinzione.

Dopo più di un’ora, e almeno il doppio dei 15 chilometri detti da Nourdinne, notando che fin dove lo sguardo si perde ci sono solo panorami mozzafiato ma di centri abitati nemmeno l’ombra, inizio a pensare che qualcosa non torna.

“Non è che Nourdinne, abituato a calcolare le distanze in giorni di cammello, s’è sbagliato?!” chiedo a Giuseppe

“Ora lo chiamo –  ribatte Giuseppe che, dopo averlo sentito nuovamente, mi aggiorna – mancano 5 chilometri”.

Dopo trenta minuti e molto più di 5 chilometri la situazione non è cambiata perciò nuova comunicazione radio con conseguente informazione:

“Nourdinne dice che dopo il ponte di legno mancano un paio di chilometri e siamo arrivati”

Ci penso un po’ e poi, siccome il programma prevede che stasera saremo ospiti a cena da una famiglia di beduini, che notoriamente sono nomadi, dico a Giuseppe:

“ma questi sono beduini! Non è che il villaggio si sta spostando!?”

Giuseppe sorride e ribatte: “Mi sa che c’hai ragione. Pedaliamo più forte sennò manco per domani mattina li raggiungiamo”
Alla fine, quando orami il buio tutt’attorno ci avvolge, arriviamo nel villaggio. I chilometri macinati sono stati più di 70. La jeep di Abdherim con Nadir, Valentina e Giorgia sono arrivati già da un po’ mentre Nourdinne e Selma ci hanno atteso per farci strada nell’ultimo chilometro. Quando io e Giuseppe attraversiamo l’arco di ingresso del piccolo villaggio a ridosso del Sahara, la luce della luna illumina un gruppo di case ai lati di una stradina di terra: sembra di essere dentro un presepe vivente e mentre attraverso questa Betlemme della mia mente, la bellezza del paesaggio si confonde con la soddisfazione del traguardo.

V

Quando mi sveglio è ancora l’alba. Esco dalla casa di terra per fare due passi e incontro Selma che sta apparecchiando la tavola per la colazione:

“Buongiorno Roberto, come mai già sveglio? La colazione è fra un’ora”

“Non avevo più sonno. Non sono abituato a questa vita con orari regolari”

“Ti è piaciuta la cena berbera di ieri sera?” mi chiede con il suo solito tono gentile.

“Molto. Bella serata. Ma i beduini che ci ospitano non sono nomadi. Ormai vivono qui?”

“Una parte della famiglia continua ad esser nomade mentre Admin gestisce queste case di terra in cui ospita i viaggiatori”

Admin è un arabo di circa cinquant’anni. Ieri sera abbiamo cenato con la sua famiglia, una moglie e undici figli: cinque donne e sei maschi.

“Com’è stato dormire nella casa di terra?” mi chiede Selma.

“Una bella esperienza. Ma devi sapere una cosa che ho scoperto da poco tempo: le case di terra erano usate anche in Abruzzo fino ad una cinquantina di anni fa. Infatti il padre di una mia amica, raccontandomi della povertà della sua infanzia, mi diceva che lui è cresciuto in una casa di terra. E con queste nuove tendenze sull’edilizia biocompatibile stanno tornando di interesse”

“In effetti – mi dice Selma – queste case di terra hanno una particolarità. Avrai notate che sono molto calde”

“Stanotte sono stato benissimo” confermo

“Qui alle porte del deserto c’è una grande escursione termica. In questa stagione si passa dai 26-28 gradi di giorno a 2-4 gradi della notte e le case di terra hanno proprio la caratteristica di mantenere il caldo durante la notte e il giorno sono fresche”

“A volte penso che in nome del progresso abbiamo abbandonato delle tradizioni e delle conoscenze che invece meritavano maggiore attenzione”

“Sono d’accordo – dice Selma – ma questo non riguarda solo i beni materiali ma anche quelli spirituali”

“Stamattina ti sei svegliata filosofa” le dico con un sorriso benevolo.

“Non sono filosofa, sono una persona curiosa con il vizio di ragionare. Io sono stata in Italia e avete tante cose belle, la gente è accogliente però ho notato che spesso date troppa importanza ai beni materiali. Sarà forse perché io vengo da una realtà molto povera e forse l’ho notato per questo”

“E cosa hai notato?” le chiedo curioso di sapere come una ragazza intelligente, di una cultura diversa, ci vede.

“Per esempio ho notato che da voi per descrivere una bella famiglia dite che il marito ha un buon lavoro, che la moglie ha una casa bella e ordinata e i figli studiano in buone scuole.”

“Ma non vedo cosa ci sia di sbagliato!?”

“Non c’è nulla di sbagliato – ribatte Selma – Le risposte sono giuste, credo che siano sbagliate le domande”

“In che senso?”

“Quello che voglio dire è che le domande sono: che lavoro fa? Dove abitano? mentre dovrebbero essere altre, per esempio: è un uomo onesto? E’ una brava moglie? I figli sono educati? Se le domande sono queste allora non fa differenza se sei ingegnere o operaio, se hai una villa a tre piani o un modesto appartamento, se i tuoi figli studiano in un college esclusivo o in una scuola pubblica.”

Mentre rifletto su quelle parole, Selma precisa:

“Sia chiaro: la mia non è un’accusa e tantomeno un giudizio, è la foto di quello che vedo con i miei occhi, con la mia cultura che è diversa ma diversa non significa migliore! Io sono mussulmana ma ho tanti amici cristiani e da loro imparo tante cose…”

“Ed io sono cristiano e posso assicurarti che ho tanti amici mussulmani da cui ho imparato molto”

Mentre parliamo vedo Admin, il berbero proprietario degli alloggi, che con il vassoio della colazione si dirige verso il tavolo apparecchiato in giardino e quando ci incrocia ci saluta:

“Salaem”

“Salaem” rispondo, padroneggiando ormai quel saluto che ho capito corrispondere al nostro “salve”

“Oggi a causa del terrorismo islamico ci sono tante opinioni sbagliate su noi mussulmani – dice Selma – Prendi il nostro saluto. Salaem significa che la pace sia con te. E’ un saluto fraterno di amore. Confondere una minoranza pericolosa con il popolo islamico è una falsa rappresentazione della realtà. Quando i cristiani hanno fatto le crociate e sono venuti nelle nostre terre, saccheggiando e depredando in nome del Loro Dio, i tuoi nonni non avevano la spada in mano ma la zappa per lavorare la terra. E così faceva la stragrande maggioranza dei cristiani. Oggi come allora confondere una minoranza integralista e criminale con un popolo intero è un errore.”

“Hai ragione. Il problema di ogni forma di razzismo si basa sullo stesso piedistallo: l’ignoranza. L’unico modo per vincere la paura del diverso è la conoscenza.”

La nostra chiacchierata termina in prossimità del tavolo dove, alla spicciolata, arrivano tutti.

Mentre facciamo colazione Giuseppe ci informa che “oggi niente bici, si parte per il deserto del Sahara: ci attendono tre ore di jeep perciò caricate tutto che fra dieci minuti si parte”
VI

Arriviamo all’accampamento di tende, in pieno deserto, quando il sole di mezzogiorno picchia veramente forte. Scendiamo dalle jeep con le nostre schiene provate da un percorso sabbioso, tutto in fuoristrada. E’ veramente sorprendente la capacità con cui Nourdinne e Abdherim si orientino in questa distesa di sabbia dove non solo non ci sono segnali ma nell’ultimo tratto non ci sono neppure le strade ma solo sabbia su sabbia: un indefinita distesa di rena finissima senza nessun punto di riferimento. Eppure, non so come, loro seguivano una rotta ben definita e, nei tempi previsti, siamo arrivati all’accampamento.

“Qui vivrete l’esperienza più insolita: il deserto!” dice Giuseppe mentre con il corpo ruota intorno a se stesso e con il braccio allungato ci presenta un immenso panorama fatto solo di sabbia e cielo.

Prendiamo possesso delle tende e ci immergiamo nella quiete del deserto con i suoi silenzi carichi di fascino.

 

Il mattino dopo la sveglia è all’alba. Quando usciamo dalle tende per la colazione, il sole è una rossa palla di fuoco.

“ci aspetta una lunga camminata nel deserto – ci dice Giuseppe – a due ore di cammino c’è una duna di 240 metri”.

Partiamo e  mentre attraversiamo il deserto mi sembra di stare in una scena del film “Marrakech Express” di Salvatores. Il panorama che troviamo non delude le aspettative anzi va ben oltre quelle più rosee. Un’infinita distesa di sabbia ondulata risplende sotto i raggi di un sole caldo. Dopo due ore di cammino Giuseppe, indicando una montagnola di sabbia che ci è di fronte:

“quella lì è la duna che scaleremo. 240 metri”. Iniziamo la piacevole arrampicata e mi gusto ogni passo che affonda nella sabbia.

Quando raggiungiamo la vetta della duna, nel fascinoso silenzio sahariano, cito una massima “il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”

“Sai di chi è la frase?” mi chiede Selma

“Certo – rispondo pronto e preparato – è di Sant’Agostino”

“e sai di dov’era Sant’Agostino?”

Stavolta non sono pronto e preparato. So solo che è sua, così come so che John Steinbeck ha scritto un’altra frase che mi accompagna spesso: “le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”. Ma nonostante li citi spesso, in effetti dei loro autori so poco o niente: “non so molto di Sant’Agostino” ammetto.

“E allora ti do una notizia – dice Selma – Sant’Agostino era un teologo berbero, nato intorno al 300 a Tagaste, una città africana dell’Algeria”

“quindi la citazione calza a pennello” ribatto.

“Nous devons aller dans cette direction” ci dice Nourdinne.

“In quella direzione?! – chiedo perplesso, notando che è opposta a dove siamo venuti – ma non dobbiamo tornare indietro?”

“C’è una sorpresa – dice Giuseppe – d’altronde non sei tu che ci hai detto di odiare le vacanze ed amare i viaggi. E siccome una delle differenze tra la vacanza e il viaggio è nell’imprevisto ora vivrai un imprevisto”

Ci incamminiamo dietro Nourdinne e dopo una decina di minuti ci troviamo davanti ad una capanna solitaria con una decina di dromedari.

“Torniamo all’accampamento in groppa ai dromedari” dice Giuseppe.

Un beduino esce dalla tenda e ci aiuta a salire su questi magnifici

camelidi che con il loro passo dondolante cavalcano le dune come in una danza.

Quando torniamo alle tende siamo stanchi ma contenti. La nostra avventura sta per finire: domattina lasceremo il deserto del Sahara e poi, dopodomani, si riparte dall’aeroporto di Marrakech per l’Italia.

VII

L’indomani mattina, mentre carichiamo i bagagli sulle jeep, Giuseppe ci dice il programma:

“dobbiamo fare tre ore di macchina per uscire dal deserto e poi ci attende l’ultima pedalata marocchina. Il percorso di oggi è, secondo me, uno dei più belli. Non vedremo asfalto ma solo strade di terra e attraverseremo valli sperdute”

Ed in effetti, dopo esserci lasciati il deserto alle spalle e montato le bici, pedaliamo per ore e chilometri su strada sterrate in mezzo a lande immense e desolate.

Tutt’attorno: il nulla!

Un paesaggio quasi lunare riempie i nostri occhi eccitati d’avventura. La monotonia quasi irreale del panorama è spezzata, di tanto in tanto, da qualche sparuta capanna di pastori che, come quelli di leopardiana memoria, vivono in solitari bivacchi di fortuna con la compagnia di un fuoco e milioni di stelle. Mentre avanziamo in questa distesa che ovunque s’indirizzi “…lo sguardo sembra volgere all’infinito…”, mentre tutt’attorno un silenzio irreale ci avvolge, da lontano sento l’eco di una vocina: “Bonbon, Bonbon, Bonbon…”

Giro lo sguardo e vedo corrermi incontro, spuntata da chissà dove, una bambina. E’ sola in mezzo a quella distesa silenziosa. Dietro di lei vedo, in lontananza, delle caprette che certamente stava pascolando.

“Bonbon, Bonbon, Bonbon…” continua a ripetere la bambina, come un’allegra cantilena, mentre con passi eccitati continua la sua corsa verso di me. Fermo la bici e quando lei è ad un passo da me anche Valentina mi ha raggiunto.

La bimba mi fissa curiosa e scandisce nuovamente:

“Bonbon, Bonbon, Bonbon…”

Cerco di capire cosa dice, quando interviene Valentina:

“Ti sta chiedendo qualcosa di dolce: una caramella, un cioccolatino…”

La bambina, come se avesse capito la traduzione di Valentina mi sorride e ripete nuovamente, ma stavolta con tono più pacato, data la distanza ravvicinata: “Bonbon, bonbon”

“Tu hai qualcosa di dolce?” chiedo a Valentina

“Non ho niente” risponde dispiaciuta.

Scendo dalla bici ed inizio a rovistare nello zaino nella speranza di avere da qualche parte almeno un pacchetto di chewingum ma tutto quello che trovo è un mandarino. Non ho altro. Lo prendo e mentre allungo la mano per porgerglielo, sul mio viso disegno una smorfia di dispiacere per non avere altro.

La bambina, invece, alla vista di quel mandarino mi ricambia con un meraviglioso sorriso di gratitudine.

I suoi occhi, già accesi di curiosità per quell’insolito incontro, si illuminano di una gioia vera.

Ecco, se dovessi riassumere in un fotogramma questo viaggio, sarebbe quello degli occhi limpidi di quella bambina. Dentro il ricordo della luce autentica di quello sguardo scorrono come in un caleidoscopio di colori le mille immagini di questo straordinario viaggio: le Kasbah, i Souk, i Riadh, gli incantatori di serpenti, le notti nel deserto e il suono di una voce dolce che canta “bonbon, bonbon, bonbon…”

L’autore dell’articolo Roberto Centorame

Roberto Centorame

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